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BI - La cultura dell'informazione in Italia
Da uno studio Cribis/UBS emerge che il 23% delle aziende italiane non usa assolutamente informazioni commerciali, della restante quota una buona parte le utilizza in maniera sporadica ed occasionale.
Tale dato, sorprendente sino ad un certo punto, evidenzia il gap tra il sistema-azienda nazionale rispetto a ciò che succede in altri Paesi, laddove le business information hanno una diffusione marcatamente superiore.
D'altro canto ciò penalizza il sistema imprenditoriale italiano che si autoespone ai rischi del mercato (truffe, insolvenze…) non praticando in forma nemmeno embrionale una politica di risk management.
Il dato statistico è ancor più significativo se si considera che lo studio è stato effettuato sulla base di un campione di oltre 1.000 aziende con un fatturato superiore ai 6 milioni di Euro, concentrate nei settori merceologici più dinamici e nelle regioni italiane con il maggior numero di imprese.
Si evince da una parte la grande marginalità di espansione del mercato delle informazioni commerciali e del credit risk management in generale e dall'altra il contributo che le informazioni possono dare alla contrazione dei rischi d'insolvenza, i quali incidono in maniera proporzionale sui tassi di mortalità aziendale.
Per capire la complessità del mercato in Italia, si pensi che statisticamente ogni ora cessano 38 aziende, ogni 30 minuti fallisce un' impresa e che ogni quarto d'ora si rilevano ca. 50 protesti cambiari.
In tale contesto l'utilizzo di strumenti preventivi per la gestione del rischio nelle transazioni economiche, incide direttamente sulle probabilità si sopravvivenza di ogni azienda.
Usare le informazioni non basta però, è necessario farne un uso corretto e pertinente.
Molte aziende ricorrono alle informazioni solo quando insorgono problemi con il cliente ed è spesso già tardi per evitare il peggio, o, addirittura, dopo il verificarsi di insoluti.
E' ovvio che il cliente va sottoposto a strumenti di valutazione del rischio prima dell'instaurazione di una relazione di affari.Si aggiunge che il 40% degli insoluti arriva dai clienti già in portafoglio che quindi andrebbero saggiamente sottoposti a monitoraggio.
L'informazione commerciale propriamente detta è un contenitore di dati ufficiali, dati ufficiosi (rapporti con banche, fornitori, analisi dei pagamenti, descrizione delle strutture…), dati finanziari, analisi ed opinione di fido accordabile.
Ma per facilitare anche un monitoraggio del portafoglio, sono disponibili strumenti di primo controllo (banche dati) che costano veramente poco , dai quali si trae un beneficio assoluto.
In effetti tra le aziende che usano le informazioni commerciali ben il 90% le usano quasi esclusivamente per la valutazione dell'affidabilità dei nuovi clienti, ignorando poi il monitoraggio di quelli già acquisiti.
Alcune, addebitando la colpa alle informazioni commerciali della loro imperizia, si complicano ulteriormente la vita, sostituendole con credit insurance, spesso inutili nei casi specifici, sostenendo costi enormi e sproporzionati.
D'altro canto molte credit insurance companies ricorrono a società di informazioni commerciali per monitorare i portafogli coperti da polizza.